Il mio doppio-sei: pensieri sulla dipendenza

Avevo otto anni, ero sola, quindi libera, quando scoprii qualcosa che mi rese dipendente, almeno fino ad oggi. Probabilmente anche domani, dopodomani e per molto tempo ancora. Da una dipendenza non si scappa facilmente.

Avevo bisogno di qualcosa di nuovo per cui stare sola e, soprattutto, sentirmi bene da sola? Ho sempre pensato fosse così.

É bastato un attimo. Per capire che qualcosa ti fa stare bene, ti dà soddisfazione, basta un attimo. Un respiro. Ed eccomi assuefatta da qualcosa che non conoscevo, ma che bramavo sempre di più.

Non era mai abbastanza. Mai abbastanza.

Non sapevo che cosa fosse, che mondo fossi riuscita a scoprire, ma mi sentivo un eroe per aver trovato finalmente l’antidoto alla mia guerra. Ero felice come se avessi tirato i dadi e mi fosse uscito un doppio-sei. Potevo tirare di nuovo i dadi. Sperare in un altro doppio per ritirare. Ritirare. Ritirare ancora.

In realtà sono poche le volte in cui il doppio-sei esce due o più volte di seguito. Spesso l’opportunità di tirare il dado di nuovo é quella cosa per cui poi finisci in prigione o paghi pegno. La gabbia.

E fu così.

Ero stata messa in gabbia da qualcosa che avevo creato io per me stessa. Per stare bene. Il mio doppio-sei. Il mio antidoto.

La rabbia di quando capisci che cosa fai. La rabbia per essere andata oltre. La rabbia per non aver capito prima. La delusione di non riuscire più a farne a meno. La delusione di non riuscire ad ammetterlo davanti a nessuno. La rabbia e la delusione. La rabbia. La delusione.

Ogni volta promettendo di non farlo più, ricordando il sentimento provato quando tutto era finito, l’ultima volta. Voglia di scomparire. Nascondere tutto.

Ma non c’é mai niente da fare.

Alla fine é insoddisfazione tutto il piacere che senti all’inizio. Perché essere dipendente da qualcosa, significa non farsi bastare le sensazioni provate la prima, la seconda, la centesima volta che ne fai uso per il tuo scopo.

Alla fine é l’insoddisfazione di non aver provato nulla di nuovo. Nulla di diverso dalla millesima volta prima.

Insoddisfazione. Ecco ciò che mi rimaneva. Ecco ciò che mi rimane.

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Ventiquattro agosto

Una donna perde il marito. Un uomo perde la moglie. Genitori perdono figli. Gridano parole che non usciranno facilmente dalla loro rovina. Cercano intorno vie di fuga. Scavano con le mani per salvare parenti o sconosciuti. Passano timorosi a fianco a vite appese ad un filo di altri.

Una donna con il suo compagno e il figlio rivivono questo momento per la seconda volta. Adesso saranno in due a continuare questa vita. Il loro figlio non gioca più.
Una nonna dice ai propri nipoti di nascondersi sotto al letto per scappare dal lupo.
Una bambina parla con la sorellina. Ma lei non le risponde. Urla con la sua vocina tutta l’innocenza all’uomo colpevole.
Una moglie parla al marito anziano. Si tengono la mano. Sprofondano con la gioia di essere insieme.

Parla la paura.
Parla la rabbia.
Il silenzio è la soluzione per sentire quella bambina. Viene presa da mani sconosciute. In quel momento e per sempre amiche. Ritrova le braccia del padre. Sussurra che la sorellina non le risponde. Magari è arrabbiata con lei. Il padre la abbraccia e la porta via da quell’incubo.

Chi può ricomincia la vita. Gli altri vivevano ieri e sono oggi nelle memorie della loro nazione.

24/08/2016

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